DIALOGO DELLA NATURA E DI UN FOTOGRAFO ... Quasi un’Operetta Morale
Highlands, Islanda.
HOFSJOKULL, Highlands islandesi. Canon EOS5D, ob. Canon 17-35mm f2.8. 20 giugno 2010, 17.39.24, ISO 250, lunghezza focale 35mm, priorità dei diaframmi, AV f16, TV 1/640, misurazione media ponderata, one-shot AF.

Ora, se la vita è cosa più perfetta che il suo contrario, almeno nelle creature viventi; e se perciò la maggior copia di vita è maggiore perfezione; anche per questo modo seguita che la natura degli uccelli sia più perfetta.
Giacomo Leopardi, Elogio degli Uccelli

Un Fotografo, che aveva visitato numerose parti del mondo e soggiornato in diversissime terre; attraversando una volta l’interno dell’Islanda e passando vicino alle paludi di Þjorsarver, in un luogo assai freddo e pochissimo frequentato dagli uomini, ebbe un caso simile a quello dell’Islandese di leopardiana memoria. Vide infatti, di lontano, un busto grandissimo, simile a quelli di certe statue colossali che aveva ammirato anni prima visitando i deserti d’Egitto. Fattosi più vicino trovò, con grande meraviglia, ch’era una forma smisurata di donna, appoggiata col dorso a un’erta pendice muschiosa: e non finta ma viva, dal volto bello e terribile, che lo guardava fissamente.

Fotografo: chi sei tu, Signora? Non immaginavo mai d’incontrar alcuno in questi luoghi selvaggi e lontani, ove si giunge solo con il prolungato esercizio delle gambe.
Natura: io sono la Natura.
Fotografo: la Natura?
Natura: non altri.
Fotografo: me ne rallegro fin nel profondo dell’anima, non mi poteva toccare maggiore fortuna.
Natura: e tu chi sei, invece, che osi avventurarti in questi luoghi dove io sola ho l’imperio? E perché ti dici fortunato?
Fotografo: sono un fotografo e sono giunto a piedi fin qui per fotografare te stessa. Ho camminato a lungo, la pioggia e il vento mi han percosso, ma vedo che n’è valsa la pena. Davvero non potevo avere miglior sorte!
Natura: un fotografo? Ma per qual ragione scegliesti proprio il Þjorsarver? Sono ancora molti, per fortuna, i luoghi del mondo sotto la mia potestà. La scelta ti era vasta, senza bisogno di venir fin quassù, dove freddo e neve regnano per gran parte dell’anno e dove nulla è di conforto alla vita agiata della tua specie, ormai troppo usa alle sinistre lusinghe della modernità.
Fotografo: oh, è presto detto, cercavo una palude, ma una palude speciale, molto speciale, Signora. Qui la bellezza è così lontana dalla deleteria influenza degli uomini, che davvero non si potrebbe desiderare di più!
Natura: non sai quanto ti sbagli ma, in ogni caso, non v’è da far meraviglia, la bellezza è mia prerogativa. Ma questa mia bellezza è nulla, trattasi solo di un evento secondario, quel che conta è la vita, qui ne custodisco molta, ma potevi trovarne, di bellezza e vita, anche in altri luoghi dei miei, magari più grandi, magari più accessibili, magari più belli.
Fotografo: sì, di certo, ma si dà il caso che collezioni paludi.
Natura: tu collezioni paludi?
Fotografo: sì, e soprattutto vo in cerca dei magnifici uccelli che le abitano. Dunque vedi che la bellezza non mi basta, sono in cerca della vita.
Natura: che bizzarria è mai questa? Sei dunque un fotografo d’uccelli?
Fotografo: sì, questa è la mia prima e più grande passione.
Natura: e da che nasce questa brama singolare?
Fotografo: devi sapere che fin dalla mia prima gioventù, in quella parte d’Italia chiamata Toscana, fui attratto dai luoghi in cui ristagna l’acqua, luoghi dove si sa che molto più che altrove nasce e prospera la vita. Così, un giorno, camminando sulle spiagge di Orbetello immaginai la sabbia, trasportata per millenni dall’Albegna e sospinta dalle onde del Tirreno, accumularsi in fragili tomboli sabbiosi. Questo, mi dissero, congiunse la costa all’isola Argentario e io ebbi allora la visione accelerata del crescere sinuoso della duna di Giannella, mobile e nuda sotto la continua spinta del vento, la guardai subire l’assalto vegetale, prima delle piante pioniere, poi della macchia, che vi crebbe tenace e profumata fino a coprirla di foltissimo verde e a fermarla nel mare, naturale barriera contro i flutti. Nacque in quel modo la laguna costiera dove ora sostano i fenicotteri, le spatole e gli aironi, dove si accoppiano i Cavalieri d’Italia e volano grandi stormi di limicoli e anatidi.
Sì, quello fu il principio del mio viaggio ma poi nel tempo visitai anche Diaccia e Botrona, dove s’allarga e scintilla l’acqua della Bruna e ai Ponti di Badia vidi pascolare i mignattai, restando folgorato dall’iridescente, misteriosa bellezza del loro piumaggio; lì conobbi anche la ieratica immobilità dell’airone rosso, mentre fulmineo il gheppio inseguiva la piccola donnola senza giungere a segno. Capii in quei giorni, guardando lontano dall’Isola Clodia, che l’acqua dolce nutre bene il canneto, lo rende fitto, penetrabile solo da certi ardeidi come il tarabusino, sapiente imitatore delle canne, mentre a Bocca d’Ombrone, poco più a sud, dove il mare incunea le onde nella terra, si formano chiari azzurrissimi e crescono prati di salicornia, pianta del sale, su cui pascolano piovanelli, chiurli, verdi pavoncelle e corrieri.
In seguito, passando dall’antica Strada dei Cavalleggeri, m’inoltrai sulla duna selvaggia di Burano, per guardare gli uccelli. C’erano solo vento e mare e sopra gli anfratti d’acqua chiusi dalla foresta di cannucce volava in caccia il falco di palude, deciso a far strage d’anatre e di folaghe, tanto che il frastuono degli involi delle morette e dei moriglioni, dei fischioni e delle canapiglie in fuga, quasi mi assordava. Salii su una sughera contorta e, quasi obnubilato dal canto ipnotico della cannaiola, osservai a lungo, dall’alto, le nuotatrici e le tuffatrici spostarsi sul lago in rotte inesplicabili. In fondo, alla torre di Buranaccio, cadevano piccole gocce di pioggia, la sabbia scuriva e ritornai sui miei passi scavalcando latrine di conigli e osservando le tracce spinose dell’istrice. Non lo potrò mai dimenticare.
Un’altra volta, tempo dopo, a Massaciuccoli, a non grande distanza dalle lame di San Rossore, stando a bordo d’un piccolo guscio di canoa, esploravo i corridoi del canneto in totale silenzio e m’imbattei nel volo fulmineo dello sparviere: vidi un bagliore bianco rigato di scuro, vicinissimo, come l’apparizione solida di una velocità, nient’altro.
Sempre più appassionato dopo quell’incontro, capii che l’acqua può ristagnare anche molto lontano dalla costa e così visitai pantani e canneti di campagna, come a Fucecchio dove trovai un fascinoso porto per le morette o a Montepulciano dove, per sottrarmi alle lusinghe del nobile vino, dedicai lunghe ore ad osservare le danze amorose degli svassi. Ma non basta perché perfino in città, nelle piane di Firenze o sotto i palazzi di Molentargius, che mai immagineresti accolgano il grande airone bianco o il pollo sultano, riuscii a incontrare la bellezza e la vita di una vera palude.
Deciso a continuare ad ampliare la mia collezione trovai a Colfiorito un raro canneto di montagna, prezioso luogo di sosta per moltitudini di rondini migranti, lì mi fermai anche ad ascoltare il cupo canto dell’airone stellato, un uccello assai schivo, che millanta di saper soffiare nei colli di bottiglia.
In seguito, ridisceso in pianura, mi voltai verso nord e, aggirando le acque delle valli di Comacchio, m’immersi nelle brume del gran delta del fiume padano.
Da allora non ho più cessato le mie esplorazioni, e cercando sempre nuove paludi e nuova bellezza, come vedi, sono giunto fin qui.

 
Highlands, Islanda.
HOFSJOKULL, Highlands islandesi. Canon EOS5D, ob. Canon 70-200mm f2.8. 20 giugno 2010, 15.46.12, ISO 250, lunghezza focale 110mm, priorità dei diaframmi, AV f11, TV 1/320, misurazione media ponderata, one-shot AF.


Natura: capisco, ma dimmi, tu aspiri anche alla scienza oltre che alla bellezza?
Fotografo: Signora, la fotografia può sostenere entrambe, la sua natura è duplice.
Natura: già, infatti può fornire preziosi documenti, ma lascia sempre nel dubbio che quel che immortala possa non essere mai esistito.
Fotografo: sì, l’ho imparato da tempo, ma è proprio da questa doppiezza che nasce il piacere e il desiderio d’impugnare una macchina fotografica.
Natura: purtroppo, assai spesso, chi ha brama di scienza, conoscenza e bellezza non vuol fermarsi di fronte ad ostacolo alcuno, qualsiasi impedimento si frapponga tra lui e la sua cupidità sarà rimosso o superato; troppo forte è il desiderio di conquista e troppo lieve e incerta la capacità di rinunciare.
Fotografo: cosa volete dire, Signora?
Natura: Certo tu sai che questi freddi pantani accolgono i nidi di oltre sei migliaia di oche dalle zampe rosee; accade soltanto qui, alle remote isole Svalbarde e nella terra ghiacciata che fu di Erik il Rosso; pochissimi luoghi e difficili, dunque occorre mantenersi in disparte e non fare rumore. Sappi inoltre che questa plaga non è, come ingenuamente dicevi, poi così lontana dalla deleteria influenza degli uomini: essi infatti, volevano sommergerla per ricavarne costosa elettricità. Per fortuna, per ora, hanno sospeso il loro insano disegno, ma il destino di ogni luogo esposto ai mutevoli propositi della tua specie, è sempre incerto.
Fotografo: ne deduco, Signora, che è tempo che io vada. Le oche sono giunte a deporre, i nidi sono abitati?
Natura: non ancora, ma saranno qui a breve e occorre che nessuno le disturbi. Dunque riprendi presto la tua strada e abbi cura di te. Addio.
Fotografo: addio.

Mentre il Fotografo camminava in gran solitudine sulla via del ritorno è fama che apparisse nel cielo il primo grande stormo di oche dalle zampe rosee e che queste, vedutolo, si dessero a roteargli attorno e sopra la testa con gran frastuono di sonori richiami. Egli si fermò per tentare di cogliere qualche immagine, vagheggiando che si trattasse solo di un veloce passaggio, ma quelle, come a voler dare spettacolo di loro stesse, s’abbassarono in larghe e veloci volute, gettandosi poi tutte assieme in uno stagno a pochi metri da lui. Fu una scena grandiosa, di selvaggia bellezza, che si svolse in perfetto favore di luce, con le oche che, dopo aver percorso un ampio semicerchio, discesero in prospettiva frontale, col ghiacciaio Hofsjokull alle spalle e sollevando dall’acqua magnifici spruzzi.
Si dice che in quell’evenienza il Fotografo abbia mostrato grande velocità e destrezza, creando alcune delle sue immagini più belle e che queste gli valsero onori e importanti riconoscimenti. Ma sono alcuni che negano questo caso e narrano invece che il Fotografo restasse immobile di fronte alla scena e che quando riprese il cammino la luce del sole facesse brillare un lieve sorriso dentro ai suoi occhi.

Pubblicato sulla rivista Asferico, quadrimestrale dell'AFNI, Associazione Fotografi Naturalisti Italiani, aprile 2019.
La rivista ASFERICO.



 
Vuoi che la tua mail sia pubblica? si no