LE NUVOLE ovvero STORIA DELLA FOTOGRAFIA
La Brière, Francia.
Parc naturel régional de Brière, Francia. Canon EOS5D, ob. Canon 17-35mm f2.8.
12 febbraio 2007, 12.02.51, ISO 100, lunghezza focale 17mm, priorità dei diaframmi, AV f8.0, TV 1/250, misurazione media ponderata, compensazione -1/3, one-shot AF.
Post-produzione con Photoshop CS (esposizione “separata” cielo/terra).

Da qualche tempo, per motivi che sarebbe qui troppo lungo spiegare, mi sto interessando alla storia della fotografia, ed in particolare a quella della seconda metà dell’ottocento. Vi assicuro che è una ricerca interessantissima, direi appassionante, che mi fa partecipe di vicende e personaggi particolari e sorprendenti. Scopro così, ad esempio, che intorno al 1860 le emulsioni di ioduro d’argento se venivano esposte correttamente per un paesaggio, difficilmente rendevano bene le tonalità del cielo, che risultava spesso sovresposto o addirittura affetto da quella particolare alterazione che più tardi sarà chiamata “solarizzazione”. Il fotografo allora, poteva ovviare al problema producendo due negativi, uno esposto con i tempi necessari a rendere la terra, l’altro esposto per un tempo assai più breve, per registrare il cielo e le nuvole. I due negativi erano mascherati da un foglio e quindi parte della stampa era tratta dall’uno, parte dall’altro. Questa tecnica, che venne chiamata “stampa combinata” fu usata dal francese Gustave Le Gray per creare drammatici paesaggi marini, che ebbero grande successo quando furono esposti a Londra nel 1856.
Oscar G. Rejlander, uno svedese che operava in Inghilterra, produsse nel 1863 una delle prime fotografie ottenute deliberatamente con la sovrapposizione di due lastre, Tempi difficili, e sulla montatura scrisse: “Fotografia spiritistica”…
Nel 1858 l’inglese Henry Peach Robinson divenne famoso con una stampa combinata ottenuta da cinque negativi diversi, Fading away, (La vita che si dilegua), un’immagine che mostra una fanciulla sul letto di morte assistita dai familiari affranti dal dolore. La foto turbò molto il pubblico, che ritenne di cattivo gusto raffigurare una scena così penosa… il fatto che si trattasse di una “fotografia” sottintendeva, infatti, la veridicità della rappresentazione, quindi la scena era interpretata alla lettera. La sua artificiosità non sfuggì però alla critica della “Literary Gazette”, che scrisse: “ guardatela attentamente per un minuto e tutta la sua realtà svanirà via via che il trucco attirerà sempre più l’attenzione”. Robinson ne fu amareggiato ma non cambiò il suo modo d’intendere la fotografia. Nel 1869 scriveva: “stratagemmi, trucchi e magie d’ogni sorta sono leciti al fotografo, perché appartengono alla sua arte, e non sono falsi rispetto alla natura… bisogna ad ogni costo evitare ciò che è volgare, squallido e brutto, cercare di nobilitare il soggetto, evitare forme goffe, ineleganti, e correggere ciò che non è pittoresco”.
Dunque, cari amici, l’attuale polemica sul digitale sfuma, il cambiamento epocale tanto sbandierato davvero non esiste? Si è trattato di un’immensa bolla di sapone? Sembra proprio di sì. L’era analogica e l’era digitale non esistono, ma esiste ancora l’era fotografica. E chi si vanta delle sue superlative elaborazioni, sappia che forse sta facendo cose già fatte molto più di un secolo fa…
Resta la Fotografia, la sua pura essenza, che nel 1858 faceva turbare il pubblico mostrando la morte, che appariva vera e doveva essere vera perché fotografata, ma al contempo lasciava scettica la critica che ne scopriva l’artificio. Nulla è cambiato con il passaggio al digitale, la fotografia è sempre fotografia, nella sua totale verità e nel suo totale artificio. Un caro saluto.

Beaumont Newhall
Storia della fotografia
Einaudi

FADING AWAY di Henry Peach Robinson