TRISTE KALAHARI
Orice, Botswana.
Orice Oryx gazella, Botswana, Canon EOS3, ob. Canon 70-200mm f2.8. Fuji Velvia 50. Scanner Canon 2720 dpi.

La Central Kalahari Game Reserve in Botswana, è uno dei parchi più grandi dell’Africa. Con i suoi 52.800 km quadrati copre una superficie più vasta della Svizzera o della Danimarca e visitarla è un’esperienza molto particolare. Non esistono strade ma solo piste polverose tagliate nel “bush” e non esistono neppure strutture turistiche stabili come lodges o campi tendati. Si può quindi viaggiare al suo interno solo accettando le relative scomodità di un campeggio libero completamente autosufficiente.
A Maun, la città più vicina, diverse compagnie organizzano safari di questo tipo. Si sale su un piccolo aereo da turismo che vola per circa un’ora sopra la savana piatta e disabitata, poi si atterra su una minuscola “airstrip” di terra battuta e ci si ritrova catapultati al centro del nulla più assoluto.
A quel punto, a bordo di robusti fuoristrada, ci si può addentrare nella riserva, campeggiando in luoghi di grande bellezza, dove l’impressione di isolamento e lontananza dalla civiltà può anche essere inquietante. Non si incontrano veicoli né persone, non si vedono che boscaglie, praterie e animali selvaggi e ci si immerge totalmente nella più profonda wilderness africana.
Non è un viaggio facilissimo e anch’io, all’inizio, ho sperimentato una sorta di claustrofobia alla rovescia, di strana sensazione di “confinamento in spazio aperto”, come se quegli immensi scenari configurassero una costrizione e mi opprimessero la mente, soprattutto di notte, impedendomi di riposare. E’ un’esperienza molto diversa da quella che può offrire l’Africa “classica”, quella, per intenderci, dei grandi parchi del Kenia e della Tanzania. Qui avvistare animali è meno frequente ma, per contro, è possibile scovare soggetti più rari ed elusivi, come il gatto selvatico africano, il serval, l’otocione o il mitico caracal. Il Kalahari è un deserto anomalo, un deserto non deserto formato da sabbie e detriti ma generalmente ricoperto da una vegetazione di arbusti spinosi ed erbe. Un ambiente di estese pianure alternate a ondulazioni boscate, dove il mopane è l’essenza più diffusa e dove spesso s’incontrano le tracce dell’acqua, sotto forma di vasti “pans” salati e letti di fiumi inariditi.
Una sera, vicino al tramonto, mentre rientravamo al nostro campo, c’imbattemmo in un piccolo branco di orici. Una volta fermi, a motore spento, la scena, illuminata dalla luce della sera, ci apparve racchiusa in un silenzio arcano che induceva un sentimento quasi religioso, di quiete e contemplazione, di totale unione con l’ambiente, quasi godessimo di un fugace ritorno ai perduti giardini dell’Eden.

E allora perché triste, questo Kalahari?
Pochi sanno che il parco, istituito nel 1961, non era nato solo per gli animali ma anche per gli uomini. La riserva infatti, fu creata per ospitare piccoli gruppi di Boscimani, che ancora vivevano seguendo le loro usanze ancestrali, cacciando e raccogliendo liberamente nel deserto.
Purtroppo negli ultimi anni, e specialmente tra il 2002 e il 2005, il governo del Botswana ha messo in atto una dura persecuzione contro i Boscimani Gana, Gwi e Bakgalagadi, sfrattandoli con la forza dai loro territori e cercando di farli insediare in villaggi creati al di fuori dei confini del parco.
Si è detto che i “bushmen” caccino sparando con fucili da bordo di veicoli fuoristrada, si è detto che i loro pochi animali domestici potrebbero trasmettere malattie agli animali selvatici, ma si è detto anche che il Kalahari sia ricchissimo di giacimenti di diamanti...
Non conosco a fondo le ragioni del contenzioso tra il Botswana e i Boscimani del Kalahari, non so il perché di questo conflitto, se sia economico, tribale o che altro, ma una cosa è certa: un’ombra di tristezza e dolore si allunga su quei luoghi selvaggi e meravigliosi.

Per capire i Bushmen e il problema dei diamanti nel Kalahari. SURVIVAL INTERNATIONAL



 
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